Articoli di Giovanni Papini

1904


Il congresso del dissolvimento

Pubblicato su: Il Regno, anno I, fasc. 21, pp. 3-5
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Data: 17 aprile 1904




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   Narrano le gazzette che più di mille uomini si son radunati in un teatro della fosca Bologna a parlare in nome dei lavoratori d'Italia. Per quattro giorni questi uomini si son riuniti di giorno e di notte a far discorsi, per quattro giorni son saliti alla tribuna vecchi parlamentari e organizzatori di villaggi, giornalisti dalla florida eloquenza e proletari dalle ridicole metafore. Per quattro giorni essi hanno ascoltato le fini arguzie di Filippo Turati e le frasi ad effetto di Enrico Ferri, e sono stati trascinati dalle volate dialettiche di Arturo Labriola per tornare a terra colle calme raccomandazioni di Leonida Bissolati.
   E tutte le parole sono state pronunziate sotto la volta del teatro bolognese, avvezzo a più dolci suoni: le parole della rude terminologia marxista e le parole della piaggieria popolaresca, le parole del devoto entusiasmo e le parole dello scherno che colpisce e ferisce.
   Non son mancate neppure le ingiurie, non son mancate neppure, a rendere più illusoria l'imitazione dei parlamenti borghesi, le grida e le confusioni, i tafferugli e le violenze.
   I muscoli delle braccia hanno aiutato qua e là i muscoli della bocca e ogni osservatore sereno ha dovuto convenire che in questi quattro giorni i deputati del lavoro hanno ben lavorato.
   Solamente l'opera loro è stata puramente verbale: questi nuovi mille non hanno conquistato che un regno di parole. Tutto il resultato del congresso è stato un ordine del giorno che dice poco e non salva nulla.
   Io non mi farò tentare dal desiderio di sperdermi nei meandri delle tendenze: non indagherò le origini e le ragioni dei transigenti e degli intransigenti, dei mezzani destri e dei mezzani sinistri, degli intransigenti della transigenza e dei transigenti dell'intransigenza. Non parlerò degli evangelisti delle riformette e dell'erba trastulla né dei profeti della violenza e dell'atto risolutivo. Queste divisioni provengono da profonde diversità di uomini e di temperamenti, di condizioni speciali di luoghi, e non si tolgono via con un ordine del giorno più o meno conciliativo. Questa stessa spasmodica preoccupazione dell'unità rivela che questa unità non c'è più, altrimenti non si griderebbe tanto che ci deve essere. Quando un uomo è sano, nessun medico viene intorno a dirgli che deve guarire per forza.
   L'unico modo col quale tutti vogliono l'unità del partito non è che una forma della volontà della divisione. Turati vuole iI partito unico e proclama la fine delle tendenze intendendo che socialismo è riformismo e che altri, non essendo socialisti ma anarchici, se ne debbono andare. Ferri vuole pure l'unità del partito ma quando la minoranza se ne stia sottomessa ai voleri della maggioranza, cioè faccia lo stesso che se fosse fuori del partito.
   Tutti vogliono restare uniti, purché gli avversari se ne vadano o non dian noia. Di codesta sorta di unità, veramente, tutti son capaci e desiderosi.
   La questione dunque sarà decisa dai fatti quando le condizioni cambieranno e si parlerà praticamente di una entrata dei socialisti al governo, e quando nature troppo diverse, uomini dì origini e volontà opposte non potranno più star legati insieme dalle fragili formule di una non sincera unità.
   Non è di questo, dunque, ch'io voglio parlare a proposito del congresso socialista di Bologna. Un altro insegnamento possiamo ritrarre da questa grande commedia di parole che s'è rappresentata dinanzi all'attenzione di tutta Italia. Un insegnamento che non consiste nella facile beffa dell'umorista, o nella frettolosa consolazione del borghese lieto dei dissensi, ma un insegnamento molto più profondo e malinconico, che nel pericolo che si dilegua ce ne mostra un altro più grave che s'avvicina.

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   Il congresso di Bologna è stato, in certo senso, la consacrazione ufficiale della fine del socialismo. Tutto l'edificio dottrinale dei santi padri della chiesa proletaria se n'è andato giù pezzo a pezzo, pietra a pietra, rovinato dagli stessi socialisti o smentito dai fatti della vita economica che s'è svolta dipoi. Pochi sono ormai coloro che credono ancora alla concentrazione delle ricchezze, alla legge di bronzo, alla teoria del sopra valore, o alla concezione catastrofica della fine della borghesia. E a Bologna infatti nessuno ha parlato di questioni veramente dottrinali.
   Il socialismo è andato divenendo in questi ultimi anni da movimento economico, fazione politicante. Entrato nei comuni e nei parlamenti ha perduto il carattere primitivo e originario di organizzazione economica dei lavoratori. E infatti a Bologna si è discusso di politica più che di economia, di partecipazione o non partecipazione al governo più che di lotta economica.
   Il socialismo si era presentato nei primi tempi come l'espressione immediata e legittima della classe operaia, come l'affermazione dell'eguaglianza di tutti, intellettuali


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e contadini, nella disciplina unitaria del partito. Ma in questi ultimi tempi il socialismo s'è mostrato sempre di più ciò che è nel suo fondamento: un movimento borghese, preparato e guidato da borghesi, per la costituzione di una nuova aristocrazia, di una casta demagogica, di una cricca di politicanti democratici, che sfrutterà le masse in nome di parole diverse ma con avidità di potere e di benessere eguale a quella della borghesia. E a Bologna noi abbiamo visto che quelli che fanno e dicono sono i soliti dieci o venti capi, avvocati, professori, deputati, cioè borghesi, e che mentre i possidenti e i professionisti eran rappresentati in proporzione dell'80%, i veri proletari erano rappresentati appena dal 20%.
   Il partito socialista aveva inoltre il vanto dell'unità, della disciplina ferrea che teneva strette le moltitudini degli affiliati. Neppure i confini nazionali lo facevano arretrare perchè aspirava, al di là dell'unità nazionale, all'unità internazionale ed universale. Il congresso di Bologna, al contrario, ha dimostrato come il socialismo non salvi dalle rivalità, dalle dissenzioni e dalle fazioni. Non solo ha rincrudito le due tendenze che già esistevano, ma ha dato origine ad altre, e non basterà l'empiastro del medico Ferri a tenere lungamente unite le membra nemiche.
   Il socialismo aveva dunque una dottrina, una base teorica e scientifica, ed oggi non ce l'ha più — aveva una fede e l'ha perduta — era un moto economico ed è divenuto uno sgabello politico — era egualitario e dà origine a una nuova classe dominante — era unitario e va moltiplicando le sue divisioni.
   Il congresso di Bologna ha mostrato, come per lente d'ingrandimento, queste mutate condizioni del socialismo, anzi, diciamo meglio, questa dissoluzione del vecchio socialismo. Nessuno di quelli oratori che hanno riempito colle loro parole il teatro Brunetti e le colonne dei giornali, ha mostrato di possedere veramente la coscienza socialista, cioè il pensiero della redenzione economica delle cosiddette classi lavoratrici.
   Questi famosi lavoratori, in nome dei quali si è costituito il socialismo, in nome dei quali si parla, si grida e si scrive, in nome dei quali si va al parlamento e al congresso, sono stati lasciati quasi interamente in disparte, in balia di sé stessi.
   Chi s'è occupato, in tutto il congresso, di loro? Chi ha pensato a questi operai, a questi contadini che hanno versato l'obolo alle loro sezioni per mandare qualche chiacchieratore a Bologna? Chi ha presentato qualche programma, qualche proposta per accelerare l'organizzazione economica, per far trionfare le leggi sociali, per intensificare la lotta contro lo sfruttamento borghese?
   Nessuno. I mille rappresentanti del lavoro non si sono occupati affatto dei lavoratori. Sono stati a discutere sul bianco e sul rosso, sui centri e sulle ali, se conviene più far la pace o la guerra, se è più comodo andare alla buvette di Montecitorio o sulle barricate di Milano, se Turati indosserà fra dieci anni l'uniforme dei ministri del Re oppure se Labriola condurrà la rivoluzione per le strade di Napoli.
   Hanno fatto dunque delle questioni di persone, di teorie e d'avvenire, e gli interessi reali, generali, attuali dei lavoratori sono stati dimenticati, come se fossero stati l'ultimo dei loro pensieri.
   Noi abbiamo dunque questo edificante spettacolo: in basso la grande moltitudine della povera gente, che lavora, che paga le tasse allo Stato monarchico e per di più allo Stato socialista, che aspetta la grande età dell'oro e intanto manda a sue spese i suoi delegati ai congressi; e in alto una assemblea di meneurs i quali discutono, fra un pranzo e un altro, di questioni non pratiche, non proletarie, ma di tendenze e di persone. In basso i proletari che lavorano e che pagano, in alto i socialisti che fanno del bizantinismo e del baccano. Gli uomini che si adunano in nome dei lavoratori non si occupano dei lavoratori ma di loro stessi. I lavoratori potrebbero finire col far lo stesso: quando le classi dirigenti entrano nel periodo bizantino delle vane disputazioni, le classi dirette finiscono col gettarle da parte.

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   Il congresso di Bologna, dunque, rappresenta e promette la fine del vero e proprio socialismo. I proletari soli lasciati in abbandono e i capi non mirano più alla società collettivista ma alla repubblica popolare preparata da loro, cioè da una casta demagogica. Da una parte Turati accenna ad essere il capo di un nuovo partito radicale, un po' più radicale del presente e coll'aggiunta di una vaporosa promessa di futurissimo collettivismo, il quale però potrà rientrare nella leggendaria orbita delle istituzioni, col proposito di trasformarle e distruggerle a poco a poco. Diventa il capo d'avanguardia della democrazia di governo, che sarà il gran partito di domani.
   Dall'altra parte Ferri è il dittatore in fieri, l'uomo nel quale appaiono meglio le aspirazioni e le intenzioni del gran pastore demagogo, che fa l'opposizione al governo semplicemente per essere il capo di un altro governo. La sua volontà ostinata dell'unità del partito perché questi rappresenti una maggiore potenza, il suo principio della sottomissione delle minoranze per evitare le opposizioni interne nocive all'autorità, la sua recente proposta di estendere e rafforzare i poteri della direzione centrale del partito, della quale fa parte, fino al punto di darle tutta l'aria di un comitato di salute pubblica, o di un consiglio segreto di dittatori, rivelano le sue tendenze al potere centrale, autoritario, demagogico, personale. Egli è la riprova presente di quella teoria delle aristocrazie della quale abbiamo parlato tante volte in questa rivista, cioè della tendenza che tutti i nemici delle caste e del governo hanno a formare una nuova casta e un nuovo governo.
   Enrico Ferri combatte la borghesia perché vuol diventare il capo di una nuova borghesia, ed è contro il Re perché tende segretamente ad essere qualcosa di simile ad un Re d'Italia, un Re non più per grazia d'Iddio, ma per grazia della folla.
   Il socialismo, dunque, finisce, ma sorgono due nuovi pericoli: la democrazia riformista che entra insidiosamente nel governo per indebolirlo e per renderlo sempre più strumento di un'altra classe, e la demagogia autoritaria che tenta spavaldamente di atterrare il governo, collo scandalo e colla piazza, per sostituirla con un nuovo governo più tirannico e temibile di quello esistente. I socialisti scompaiono per dare il posto a dei pacifici traditori e a degli ambiziosi dittatori. La borghesia non ha di che rallegrarsi: il pericolo è divenuto duplice ed essa dovrà raddoppiare le sue energie, se


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vorrà difendersi con fortuna dai lenti veleni della democrazia costituzionale e dalle violenze della nuova tirannia.


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